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La pazienza dell’arrostito

Guido Ceronetti

Nato nel 1927 ad Andezeno, nei pressi di Torino, figlio di un artigiano specializzato in pitture e decorazioni, Ceronetti aveva intrapreso l’attività pubblicistica nel 1945, poi si era messo in luce come traduttore originale e raffinato di poeti latini e libri dell’Antico Testamento. Al tempo stesso aveva cominciato dal 1946 a comporre versi suoi, riuniti poi nel corso del tempo in varie raccolte di poesia: La ballata dell’infermiere (Tallone, 1965); Compassioni e disperazioni (Einaudi, 1987), La distanza (Bur, 1996), Sono fragile, sparo poesia (Einaudi, 2012). Dei primi anni Settanta è il suo esordio in campo saggistico, che coincide con l’avvio, nel 1972, della regolare collaborazione giornalistica con «La Stampa» di Torino. E subito, con il libro Difesa della luna (Rusconi, 1971), Ceronetti prende di mira l’esplorazione dello spazio, che gli appare un’impresa assurda, massima espressione della smisurata vanità umana. Molti anni dopo, in piena coerenza, rivolgerà i suoi strali feroci contro un personaggio popolare come l’astronauta Samantha Cristoforetti. D’altronde l’ostilità al progresso di Ceronetti va ben oltre la critica ai viaggi nel cosmo. Con la sua prosa estrosa e disturbante deplora la motorizzazione di massa, il traffico impazzito il sovraffollamento delle città, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, lo stravolgimento del paesaggio rurale. Rigorosamente vegetariano, non nasconde il suo orrore per il consumo di carne, i mattatoi, gli allevamenti intensivi.

 

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La pazienza dell'arrostito

Ancora una volta, e come fosse per la prima volta, seguiamo Ceronetti nella sua perenne irrequietezza. Ma ormai i vagabondaggi nello spazio e nella mente si sono amalgamati. E anche «“Il mondo si va unificando”... Sì, ma nel male e in vista del male». Viaggiare è ormai un’attività da «collezionista di ripugnanze». Oggi i roghi di invisibili inquisitori «ci arrostiscono con tacita, misteriosa lentezza». E non rimane allora che esercitare la pazienza, rivaleggiando vanamente con la «pazienza del tempo», che sa offrirci, in una piccola chiesa sperduta, «fiori di plastica in tuniche di polvere». Mentre è sempre un segnale di vitalità il guizzo del comico: basta allora che Ceronetti elenchi i regali ricevuti nel corso degli anni, o anche gli animali che si vedono sempre meno (anche le zanzare sono in diminuzione...).
Così appare una nuova forma: una sorta di monologo interiore-esteriore, dove si prende nota delle scritte sui muri, dei nomi sulle lapidi e dei prezzi ai ristoranti, mentre continuano a ripresentarsi altri fantasmi: Giorgione, un versetto dei profeti, Goya, un libro appena letto, la guerra civile spagnola, Velázquez. Questa forma, in cui Ceronetti ci invita a leggerlo, la forma di questo libro, che forse è il suo più intimo, e perciò anche il più esposto, corrisponde a quella in cui egli stesso ne legge ogni altro: «Il frammento che si accende all’improvviso come un Intero accessibile e concentrato, e che sommandosi con altri, prossimi e lontani, del medesimo testo, crea l’immagine di una nuova, screpolata Totalità testuale: non ho, coi più importanti autori a me noti, altra relazione che questa. La storia del pensiero, come l’altra, è storia di amputazioni e di amputati: l’Intero e il Tutto si adunano e brillano nel moncone, come tutta quanta la Legione si riconosce nella mano di legno del capitano Danjou».

 

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